
Qualche giorno fa ho iniziato e terminato di leggere “Il cane, il lupo e Dio” di Folco Terzani con la sensazione che non fosse affatto un libro che racconta di un Cane. O almeno, non soltanto.
È un racconto semplice nella sua struttura, quasi una favola. Racconta di un cane, lupi, uomini, natura, città, libertà, morte, Dio: ogni incontro sembra aggiungere una domanda, più che offrire una risposta.
Per chi vive e lavora con i cani, alcuni passaggi diventano inevitabilmente domande.
Che cosa abbiamo fatto del lupo per arrivare al cane che oggi vive accanto a noi?
La domesticazione è stata una straordinaria storia di coevoluzione. Cane e uomo si sono avvicinati, adattati reciprocamente, hanno imparato a comunicare e a condividere spazi, risorse e attività. Nel corso di migliaia di anni abbiamo però anche selezionato, modificato e indirizzato caratteristiche fisiche e comportamentali, fino a ottenere un animale capace di adattarsi in maniera sorprendente alla nostra esistenza.
Ed è proprio questa straordinaria adattabilità che il libro mi ha fatto guardare con occhi diversi. Ciò che noi interpretiamo come una delle più grandi qualità del cane potrebbe essere, almeno in parte, anche il racconto del suo sacrificio.
Abbiamo progressivamente assopito alcuni istinti, enfatizzato altri, scelto dimensioni, forme, attitudini e comportamenti. Abbiamo portato il cane dentro le nostre case e poi dentro le nostre città. Gli abbiamo chiesto di imparare i nostri tempi, di dormire quando dormiamo, uscire quando possiamo, mangiare quando decidiamo, camminare dove è consentito, incontrare chi scegliamo noi. Decidiamo persino quando può correre libero.
E lui, ancora una volta, si adatta.
È difficile non interrogarsi sul significato della parola libertà.
Il cane che dorme sul nostro divano è davvero più fortunato del lupo che affronta fame, freddo, pericoli e morte?
La risposta apparentemente più semplice sarebbe sì.
Una vita protetta non coincide necessariamente con una vita pienamente vissuta.
Terzani ci accompagna proprio oltre le risposte semplici. Racconta una trasformazione che potremmo definire inversa: il Cane che torna ad essere Lupo.
L’immagine che il Cane, nel racconto di Terziani, ha della città degli uomini, è il tema che mi ha lasciato una delle riflessioni più profonde. Abbiamo costruito ambienti interamente modellati sulle esigenze della nostra specie e poi abbiamo chiesto agli altri animali di imparare a viverci.
Per il cane significa marciapiedi, automobili, ascensori, rumori, profumi artificiali, guinzagli, porte chiuse, appartamenti, orari. Significa imparare a ignorare odori, rinunciare a inseguire prede, controllare distanze, contenere reazioni, accettare incontri che non avrebbe scelto.
Quando non riesce ad adattarsi perfettamente a tutto questo, spesso diciamo che ha un problema comportamentale. Raramente ci domandiamo se il problema possa essere anche l’ambiente che abbiamo costruito per lui. A questo punto il libro smette definitivamente, almeno per me, di parlare soltanto del cane. Comincia a parlare dell’uomo. Il nostro bisogno di dominare. La domanda che rimane dopo l’ultima pagina è molto più grande della “cinofilia”.
Perché sentiamo continuamente la necessità di modificare la natura affinché possa adattarsi alla nostra vita?
Selezioniamo animali. Trasformiamo paesaggi. Addomestichiamo specie. Decidiamo quali comportamenti siano accettabili e quali debbano essere corretti. Organizziamo il mondo secondo una misura prevalentemente umana e chiamiamo spesso “progresso” la capacità di renderlo sempre più funzionale alle nostre necessità.
Ma a quale scopo?
Questa domanda diventa ancora più potente se accettiamo, come suggerisce il libro, che la nostra stessa esistenza sia soltanto una vita di passaggio.
Passiamo una parte considerevole del nostro breve tempo tentando di possedere, controllare e trasformare ciò che ci circonda. Eppure arriverà un momento nel quale dovremo abbandonare tutto. Forse è proprio qui che cane e lupo assumono un significato che supera entrambi.
Il lupo conserva qualcosa che l’uomo non è riuscito completamente a piegare. Il cane porta invece impressa nella propria storia la profondità dell’incontro con noi: un incontro straordinario, certamente, ma non per questo privo di rinunce.
Sarebbe troppo facile trasformare tutto questo in una condanna della domesticazione. Non credo sia questo il punto. Il cane esiste oggi anche attraverso quella storia condivisa. Non possiamo restituirgli un’improbabile condizione originaria e probabilmente non avrebbe nemmeno senso farlo. Possiamo però decidere come continuare quella storia. Possiamo smettere di considerare la sua capacità di adattarsi a noi come una disponibilità infinita.
Possiamo chiederci, ogni tanto, non soltanto se il nostro cane sia educato, gestibile, inserito correttamente nella società, ma se abbia la possibilità di esprimere qualcosa che appartiene davvero alla sua natura.
Annusare. Esplorare. Scegliere. Allontanarsi. Fermarsi. Comunicare. Cercare. Correre. Anche semplicemente perdere tempo secondo una logica che non sia la nostra.
Forse convivere con un’altra specie dovrebbe significare proprio questo: non chiedere sempre all’altro di attraversare il confine verso di noi, ma essere disposti, qualche volta, ad attraversarlo noi verso di lui.
Il cane, il lupo e Dio non mi ha dato risposte. Mi ha lasciato qualcosa che considero molto più prezioso per la mia crescita e consapevolezza: dubbi e una marea di domande.
Guardando il cane che vive accanto a noi, quanto vediamo davvero lui e quanto vediamo invece il risultato di ciò che, nel corso dei millenni, abbiamo desiderato che diventasse?
Forse il grande privilegio della nostra relazione con il cane non dovrebbe essere quello di averlo reso così straordinariamente capace di vivere nel nostro mondo. Potrebbe essere quello di avere ancora accanto un essere vivente che, nonostante tutto, conserva qualcosa di un mondo che abbiamo progressivamente dimenticato. Un mondo fatto di odori, silenzi, distanze, istinti, stagioni e tempi che non abbiamo inventato noi.
Terzani, attraverso una favola, ci ricorda quanto sia breve il nostro passaggio.
La domanda con cui ho chiuso il libro è anche quella che vorrei lasciare a chi lo leggerà: se siamo soltanto di passaggio, perché trascorriamo così tanto del nostro tempo cercando di dominare e cambiare profondamente la natura degli altri esseri viventi, invece di imparare a convivere con essa?
Quale sarà il futuro della relazione con il Cane?
Sarà davvero quello di renderlo sempre più simile a ciò che ci serve? Oppure, me lo auguro, sarà quello di permettergli, finalmente, di essere un po’ più cane?
Autore: Luisella Vitali
